The Game: gli uomini e la rivoluzione digitale

The Game: gli uomini e la rivoluzione digitale

Ricordate Space Invaders? Era l'anno 1978 e le navicelle aliene allineate scendevano dalla parte alta dello schermo rigidamente bidimensionale aumentando man mano la propria velocità. Semplice. Ma prima nei bar non c'era nulla di simile, c'erano solo flipper e calciobalilla, giochi "fisici". E allora è in quel momento che tutto è cambiato, che la rivoluzione digitale ha avuto inizio, che l'inarrestabile migrazione dall'analogico al digitale ha avuto inizio. E ci ha portato dove siamo ora. Nel bel mezzo di un'autentica rivoluzione, di quelle che finiranno sui libri di storia del futuro, così come oggi si studia quella industriale.
Lo scrittore Alessandro Baricco ha dedicato un libro, The Game, (Einaudi, pp. 325, 18 euro) a come "la narrazione collettiva è cambiata, la tribù è uscita dalle tane, e oggi sono rimasti in pochi a spiegarsi quel che sta accadendo con la favola di alcuni barbari che stanno mettendo a fuoco le nostre fortezze galvanizzati da un manipolo di mercanti che mirano al bottino". Oggi, invece, in molti sono più propensi a considerare che stiamo vivendo una rivoluzione, "sicuramente tecnologica, forse mentale" sottolinea Baricco, destinata a cambiare tutto o quasi, di cui "teme le conseguenze, forse la capisce poco, ma ha ormai pochi dubbi sul fatto che sia una rivoluzione necessaria e irreversibile" e "in cui ci stiamo giocando tutto".
Baricco non usa mezzi termini: negare l'esistenza di questa rivoluzione "da idioti"; considerarla esclusivamente imposta dall'alto e dalle "forze del male" è quantomeno "arduo". Il cambiamento, infatti, è andato ad annidarsi in tutti i gesti semplici della nostra vita quotidiana e "qualcuno ce l'ha prodotto, se mai, e noi ogni giorno torniamo ad accettare quell'invito, imprimendo al nostro stare al mondo una precisa torsione rispetto al passato". Ecco, si sta facendo strada l'idea di una "umanità aumentata", che piace più di quanto spaventi. Ma cosa è successo?
L'assunto di base è semplice: c'è stata una rivoluzione tecnologica dovuta all'avvento del digitale che in breve tempo ha determinato un cambiamento radicale dei comportamenti umani e perfino del modo di pensare, ma nessuno può dire dove e come finirà. L'avvento del web e successivamente l'applicazione del formato digitale a una serie notevole di tecnologie hanno generato, molto rapidamente, un rovesciamento del paradigma precedente. Una rivoluzione, dunque. Ma se "molte sono le rivoluzioni che cambiano il mondo, e spesso sono tecnologiche, poche sono quelle che cambiano gli uomini e lo fanno radicalmente: sarebbe forse il caso di chiamarle rivoluzioni mentali". Queste ultime, cioè, generano una "nuova idea di umanità". E così sta facendo la rivoluzione digitale. Ma - secondo Baricco - proprio qui sta il punto: siamo portati a considerare le rivoluzioni mentali come un effetto delle rivoluzioni tecnologiche, "e invece dovremmo capire che è vero il contrario. Pensiamo che il mondo digitale sia la causa di tutto e dovremmo, al contrario, leggerlo per quello che probabilmente è, cioè un effetto: la conseguenza di una qualche rivoluzione mentale".
In altre parole, il mondo digitale è un effetto, non una causa: avevamo dei bisogni e ci siamo procurati le tecnologie adatte. "Non chiedetevi - esorta The Game - che tipo di mente può generare l'uso di Google, chiedetevi che tipo di mente ha generato uno strumento come Google". Da cosa "stavamo scappando" quando abbiamo avviato una simile rivoluzione?
All'inizio di questa migrazione c'è stata la "controcultura californiana" degli anni Settanta, dove un gruppo di ingegneri ha iniziato a immaginare e costruire quello che oggi è la nostra realtà. Non avevano un piano preciso né una visione nitida di quello che poteva succedere in futuro. A spingerli era il desiderio di fuga dal Novecento, da un secolo che ha avuto momenti di prosperità, ma che è stato anche segnato da due atroci conflitti mondiali e da politiche di nazionalismi e divisioni. L'obiettivo era costruire un mondo più aperto, più fluido. Un sogno realizzato con la creazione del Web, una sorta di "oltremondo". La Rete infatti, non solo alludeva a una sorta di uomo nuovo, ma creava per lui una "copia digitale del mondo" creata non da un una setta elitaria, ma dal contributo di milioni di utenti. E le barriere all'accesso erano davvero minime: bastava potersi comprare un computer (e più recentemente un semplice smartphone) e il movimento nell'oltremondo era praticamente gratuito e completamente libero, senza limiti culturali o economici. E la realtà del web era migliore, più "smart" e quasi più "naturale", con il sistema dei link che replica il modo di procedere della nostra mente, quando non costretta a procedere in un modo, quello lineare, in cui è stata forzata negli anni. E permetteva di viaggiare in ogni direzione, organizzare il materiale secondo infiniti criteri, e fare tutto in tempi incredibilmente veloci. "Il Web offrì agli umani una versione compressa del mondo: riscrivendo il creato in una lingua più adatta a essere letta dai viventi, restituiva l'esistente in un formato capace di sbriciolare i muri che rendevano l'esperienza un prodotto di lusso. Così facendo alterò in modo irreversibile il format del mondo". Le pagine del Web infatti sono "un secondo cuore, che pompa realtà accanto al primo". La distinzione tra mondo vero e mondo virtuale si fa sempre più labile anzi, è la loro fusione in un unico movimento che genera, nel suo complesso, la realtà in cui viviamo attualmente: un sistema in cui "mondo e oltremondo girano uno nell'altro producendo esperienza, in una sorta di creazione infinita e permanente".
Il cuore del libro, infatti, è diviso in tre parti: 1981-1998, dal Commodore 64 a Google, l'epoca classica; 1999-2007, da Napster all'iPhone, la colonizzazione; 2008-2016, dalle App ad AlphaGo, l'epoca del Game.  Ma nel prossimo futuro, quindi, sarà il Game a governarci, o avremo ancora margini di intervento? Per Baricco "qualsiasi cosa nascerà dall'intelligenza artificiale, gli umani hanno iniziato a costruirla anni fa, quando hanno accettato il patto con le macchine, scelto la postura uomo-tastiera-schermo, digitalizzato il mondo, preferito i tool alle teorie". Ma "Il Game ha bisogno di umanesimo. Ne ha bisogno la sua gente, e per una ragione elementare: hanno bisogno di continuare a sentirsi umani. Il Game li ha spinti a una quota di vita artificiale che può essere congeniale a uno scienziato o a un ingegnere, ma è sovente innaturale per tutti gli altri. Nei prossimi cento anni, mentre l'intelligenza artificiale ci porterà ancor più lontani da noi, non ci sarà merce più preziosa di tutto ciò che farà sentire umani gli uomini".


venerdì 25 gennaio 2019