Lockdown, dall'Istat un'analisi dell'impatto sulle imprese italiane

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Lockdown, dall'Istat un'analisi dell'impatto sulle imprese italiane

Rocchetti di filato in una tintoria toscana
Rocchetti di filato in una tintoria toscana - Michele Borzoni / Terra Project / Contrasto

Il Sole 24 Ore - Radiocor

I rapidi e ingenti interventi pubblici adottati in Italia a favore delle imprese andranno valutati nella loro efficacia nei prossimi mesi ma certamente, sostiene l'Istat in un'analisi sull'impatto del lockdown di marzo e aprile sulla liquidità del sistema produttivo, hanno certamente colto la necessità della situazione: salvaguardare la sopravvivenza del tessuto produttivo di fronte alla peggiore crisi economica dal dopoguerra. Per capire l'entità del cambiamento in atto l'Istat nel Rapporto annuale offre un'analisi dell'impatto sulla liquidità per un campione di imprese rappresentativo. Dall'esercizio emerge che ai primi di maggio, all'inizio della fase di graduale riapertura delle attività, "oltre un terzo delle società di capitale attive in Italia risulterebbe illiquido o in condizioni di liquidità precarie". L'impatto potenziale, di natura sia economica sia sociale, di una situazione così grave può essere colto dalla dimensione del segmento di imprese identificato come critico: a fine aprile le imprese in difficoltà per problemi di liquidità occupano oltre 2 milioni di addetti, mentre quelle a forte rischio di illiquidità nei prossimi mesi ne impiegano oltre 500 mila.

L'Istat ha effettuato l'analisi su un campione di 800 mila società di capitale italiane. Si tratta di un segmento che, nel 2018, rappresentava il 18,4 per cento delle imprese complessive, impiegava il 48,7 per cento degli addetti totali e generava quasi il 70 per cento del valore aggiunto. Su queste basi è possibile valutare quante e quali siano le aziende più probabilmente colpite da crisi di liquidità. L'Istat nel Rapporto commenta come la contrazione del volume di affari possa "trasformarsi in crisi finanziaria qualora l'impresa, davanti all'esaurirsi della liquidità interna, non abbia facile accesso a risorse esterne, con conseguente rischio di fallimenti, depauperamento del tessuto produttivo e danni alla capacità di ripresa del Paese". Per effettuare l'esercizio l'Istat ha tenuto conto nella simulazione dei benefici degli effetti delle moratorie e  della cassa integrazione legata alla pandemia. 

Dall'istantanea sono quindi emerse quattro classi di imprese in base alla liquidità. Due terzi del campione (circa 510 mila unità) sono risultate avere disponibilità liquide sufficienti a operare almeno fino alla fine del 2020. Un altro 16,5% risultavano invece già illiquide a fine 2019; un ulteriore 13,3 per cento (circa 105 mila unità) lo sarebbe diventato a seguito dell'insorgere della crisi. Per l'ultimo 5,9 per cento (oltre 46 mila imprese), infine, "il deterioramento delle condizioni di liquidità permetterebbe una operatività inferiore a 6 mesi a partire da maggio". In altri termini, all'inizio della fase di graduale riapertura delle attività, oltre un terzo delle società di capitale attive in Italia risulterebbe illiquido o in condizioni di liquidità precarie. 

Il lavoro dell'Istat rileva un quadro più negativo per le imprese più piccole. Le illiquide a fine aprile o a rischio di diventare tali nel corso del 2020 variano da circa il 31 per cento, nel caso delle imprese di dimensioni medie (50-249 addetti) e grandi (almeno 250 addetti), al 33,4 per cento delle piccole imprese, per arrivare al 36,3 per cento nel caso delle microimprese (meno di 10 addetti).

La crisi di liquidità delle imprese, si rileva, incide non solo nell'immediato determinando, attraverso eventuali fallimenti o ridimensionamenti strutturali dell'azienda, un depauperamento del tessuto produttivo, ma anche compromettendo la capacità di recupero delle imprese che ad aprile presenterebbero margini di cassa. Quest'ultimo sarebbe un ulteriore problema considerando la produttività stagnante che affligge da vent'anni del sistema italiano. E' in questo contesto che l'Istat da' colore alla sua analisi riscontrando che circa un terzo di tutte le imprese classificabili a 'produttività elevata' (cioè con un livello superiore alla mediana del settore e della classe di addetti di appartenenza) "a fine aprile sarebbe risultato illiquido o con una liquidità insufficiente a sostenere, fino alla fine del 2020, flussi di cassa pari a quelli registrati in media nei primi quattro mesi dell'anno". Un'evidenza che "desta preoccupazione" scrive l'Istituto nazionale di statistica venendo meno, per una volta, alla regola dell'asetticità delle sue valutazioni.


lunedì 6 luglio 2020