La storia che non è finita

La storia che non è finita

"Uno dei testi più citati e meno letti della storia". Basterebbe quest'avvertenza sulla quarta di copertina a far considerare meritoria la decisione della casa editrice Utet di riproporre a quasi trent'anni dalla prima pubblicazione La fine della storia e l'ultimo uomo di Francis Fukuyama (pp. 567, 19 euro). Se poi ci si aggiunge la definizione di "classico profetico oggi più attuale che mai", l'invito alla lettura è di quelli che non si possono proprio rifiutare. E così, al tempo dell'emergenza globale per il covid-19, con il lockdown che ha tanti lati negativi ma può liberare tempo per approfondite temi ampi e complessi, le innumerevoli riflessioni che ancora oggi suscita il massiccio volume di Fukuyama si ripresentano proprio nel momento più opportuno.

In apertura della nuova edizione c'è una prefazione di Gianfranco Pasquino che parte da una difesa d'ufficio del controverso titolo: "leggendo, magari anche soltanto le prime dieci-venti pagine, qualsiasi lettore si accorgerebbe che Fukuyama sapeva bene che la storia, in quanto svilupparsi di avvenimenti, era tutt'altro che finita e che la sua argomentazione mirava a spiegare perché uno specifico percorso storico era effettivamente giunto a compimento".

Ma dov'è l'attualità de La fine della storia e l'ultimo uomo? Trent'anni fa il riferimento era alla "vittoria" degli ideali delle liberaldemocrazie, sanciti dall'evento-simbolo della caduta del muro di Berlino nella notte tra l'8 e il 9 novembre 1989 (vedi anche Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del Comunismo, di Jacques Rupnik). La combinazione di libertà ed uguaglianza nei sistemi democratici, dunque, era percepita come un punto di arrivo della storia, "che da quel momento - chiosa Pasquino - non potrà che muoversi nell'ambito di quei principi e di quei valori".

"L'importante tesi di Fukuyama è che gli uomini e le donne non si limitano a desiderare beni materiali che, comunque, le liberaldemocrazie sono in grado di offrire molto più e molto meglio di qualsiasi altro regime politico e di qualsiasi sistema economico diverso dal pure imperfetto capitalismo dominante. Uomini e donne, peraltro, non soltanto nelle liberaldemocrazie, desiderano ottenere il riconoscimento come persone che hanno valore, che sono capaci di esprimere il loro meglio, di contribuire in maniera significativa alla società, al suo buon funzionamento, alla sua crescita in termini di rapporti interpersonali, alla sua ricchezza, non solo economica, ma culturale".

La seconda parte de La fine della storia è invece dedicata soprattutto ai rischi che le liberaldemocrazie corrono e dai quali devono guardarsi. Uno su tutti è il cosiddetto conformismo di massa, a causa del quale si può rischiare di non vedere "coloro che sono disposti a rischiare, mettersi alla prova, a spingersi ai limiti delle loro capacità sfidando l'ossequio all'esistente". 
Quanti vorrebbero vivere in una liberaldemocrazia senza spazio "per la sperimentazione", senza "volontà di innovare rompendo gli schemi della continuità" o nella quale nessuno mira all'eccellenza?

Un inno all'innovazione, alla sperimentazione, alla valorizzazione del merito e delle eccellenze che a trent'anni di distanza resta ancora di stretta attualità, il tutto in un libro che traccia una chiara cornice storico-filosofica del ventesimo secolo, come chiave di lettura anche per il ventunesimo. Perché la storia, si sa, non finisce ma continua.


lunedì 20 aprile 2020