L'intelligenza artificiale ci rende più umani. La lezione di Kasparov

L'intelligenza artificiale ci rende più umani. La lezione di Kasparov

Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento un robot di legno era imbattibile a scacchi. Proprio così: un umanoide ante litteram, seduto dietro a un tavolo con sopra una scacchiera, abbigliato all'orientale e per questo noto come il Turco. 

La sua perizia era proverbiale. Al suo cospetto subirono scacco matto nientemeno che Napoleone Bonaparte e Benjamin Franklin, lo scienziato che, oltre ad essere uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, era anche appassionato giocatore di scacchi. Il Turco, del resto, era un avversario implacabile non solo per la sua abilità nel gioco, ma anche perché replicava davvero bene i comportamenti degli esseri umani, lanciando occhiate di sfida, tamburellando con le dita se l'avversario tergiversava o perdendo la pazienza se provava a barare.

Ma come era possibile che a quel tempo esistesse una simile tecnologia? Non lo era. E in effetti tutti sapevano che un trucco doveva pur esserci, come ipotizzò anche Edgar Allan Poe in un breve saggio volto a spiegare che nei sofisticati ingranaggi dell'imbattibile macchina evidentemente c'era un vano segreto in cui si nascondeva una persona. Scacco matto!

E tuttavia il fascino visionario del robot tanto intelligente da battere l'uomo a scacchi rimase intatto per oltre mezzo secolo, fino a quando la macchina andò distrutta in un incendio. Ma soprattutto fu d'ispirazione a non pochi scienziati e inventori che osservandola si adoperarono per sperimentare soluzioni che contribuirono a rendere quella che all'epoca era solo una fantasia e un trucco, una realtà. Come nel caso del matematico Charles Babbage, per la cronaca sconfitto due volte dal Turco, che nel 1834 ideò il primo calcolatore programmabile, alla base dei moderni computer.

Del resto, a ben guardare, all'alba della rivoluzione informatica troviamo proprio gli scacchi al centro della scena. Fin dagli anni Cinquanta del Novecento, infatti, molti matematici, fisici o ingegneri che spesso erano appassionati giocatori, ritenevano che se si fosse potuto insegnare a una macchina a giocare bene a scacchi allora le enormi potenzialità di quella che oggi chiamiamo intelligenza artificiale avrebbero potuto dispiegare i loro effetti in tutti i campi. E così è stato.

Il 10 febbraio 1996 il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov iniziò un'epica partita contro Deep Blue, un computer dell'Ibm creato esclusivamente per giocare a scacchi. E, per la prima volta, nella partita inaugurale, il campione del mondo venne battuto da una macchina in tempi regolari da torneo. Poi nelle successive cinque partite Kasparov si riscattò, vincendone tre e pareggiandone due. Ma nella rivincita del maggio 1997 subì una nuova clamorosa e a questo punto definitiva sconfitta. 

A quella storica partita sono state dedicate innumerevoli discussioni, commenti, analisi, articoli e saggi e oggi, appena tradotto anche in italiano, il racconto che ne fa lo stesso Kasparov: Deep thinking (Fandango Libri, pp. 388, 22 euro). Un libro bello e avvincente, mossa dopo mossa, che mette sul tavolo non solo una succosa disamina per appassionati o curiosi di scacchi ("Riesaminare ogni aspetto di quel disgraziato match è stato difficile, lo ammetto. Esistono molti libri su Deep Blue, ma questo è il primo che racconta tutti i fatti, e l'unico a contenere la mia versione della storia"). Ma anche una riflessione, tutta attuale, sul ruolo dell'intelligenza artificiale e sul rapporto uomo-macchina. Dove finisce l'intelligenza artificiale, comincia la creatività umana", recita infatti il sottotitolo del libro. "Ho capito - è la frase che riempie la quarta di copertina - tante cose in questo match - e una di queste è che qualche volta il computer gioca mosse molto umane".

È un fatto, del resto, che la rivoluzione in atto per via dell'intelligenza artificiale (che "è in procinto di trasformare ogni aspetto della nostra esistenza come non accadeva dalla nascita di internet, e forse addirittura dall'avvento dell'energia elettrica") impone a persone e aziende di non essere tagliati fuori e, se possibile, di essere all'avanguardia. Tuttavia, è la riflessione di Kasparov, "scontrarsi con un computer come ho fatto io non è la norma, eppure è la perfetta rappresentazione di come, ogni giorno di più, ci troviamo coinvolti in una strana competizione che ci vede avversari e al tempo stesso alleati delle nostre creature". In realtà, ciò che accade oggi non rappresenta una vera novità, ma al contrario si tratta dello "stesso schema che si è ripetuto per secoli". Basta guardare alla storia e, per esempio, ai primi tentativi di sostituire la potenza dei cavalli e dei buoi con delle macchine, dapprima oggetto di scherno e scetticismo, fino a quando non ci si è resi conto che non c'è lavoro fisico che non possa essere sostituito o superato meccanicamente e si è "anche accettato che tale inesorabile progresso è una cosa di cui essere felici".

Naturalmente ad ogni ulteriore "incursione delle macchine" si levano dubbi e paure, ma il ciclo che parte da queste ultime e arriva all'accettazione è sempre lo stesso e periodicamente si ripete. Kasparov stesso, ad esempio, ricorda, il caso degli ascensori manuali di New York, che davano lavoro a migliaia di addetti fino a che, negli anni Cinquanta, sono stati sostituiti da quelli automatici, sui quali basta schiacciare un pulsante per andare su o giù. Questa "tecnologia" esisteva già dal 1900, ma alle persone non piaceva l'idea di prendere un ascensore in cui non fosse presente un addetto e il cambiamento culturale ci mise un po' ad affermarsi. Dopo, tuttavia, gli ascensori automatici sono diventati molto più sicuri di quelli manuali. Un processo, questo, che ricorda molto da vicino ciò che sta succedendo oggi con le auto a guida autonoma, che probabilmente tra non molto saranno ben più diffuse e accettate.

Ripensando anche alla sua esperienza di fronte alle macchine che lo hanno battuto, la conclusione a cui approda Kasparov, dunque, è chiara: "dobbiamo affrontare queste paure se vogliamo trarre il meglio dalle nostre tecnologie e da noi stessi". Solo per questa via, infatti, è possibile, secondo il campione di scacchi, innescare un circolo virtuoso che "ci libererà dai lavori ripetitivi e ci consentirà di usare produttivamente le nuove tecnologie", permettendoci "di concentrarci maggiormente su ciò che ci rende umani: la nostra mente". Orientando così "la nostra attività mentale verso la creatività, la curiosità, la bellezza, la gioia". E bisognerà farne buon uso.


giovedì 30 gennaio 2020