L'Europa senza il Muro

L'Europa senza il Muro

Centocinquanta chilometri, tre metri e sessanta di altezza, fossati, filo spinato, cavalli di frisia, corrente elettrica, una ventina di bunker, più di trecento torrette di guardia e quattordicimila uomini schierati a presidio dell'intero perimetro. Il Muro (quello per antonomasia, di Berlino) ha letteralmente segnato e diviso la storia d'Europa. E non solo. 

A trent'anni dalla sua caduta - era il 9 novembre 1989 - le celebrazioni e le rievocazioni hanno rinverdito la memoria di come si viveva all'ombra della barriera-simbolo della guerra fredda. Quel giorno, propedeutico al crollo dell'URSS, "è finita un'epoca nella storia del mondo", come ha scritto Eric J. Hobsbawm introducendo il suo Secolo breve. E ne è iniziata una nuova. "All'inizio degli anni '90 - prosegue infatti il ragionamento di Hobsbawm - coloro che hanno riflettuto sul passato e sul futuro del secolo sono stati pervasi da un senso crescente di cupezza tipico della fin-de-siècle. Comunque un futuro ci sarà, e gli storici farebbero bene a ricordarlo ai pensatori che speculano sulla "fine della storia".

Ebbene oggi i tempi sono maturi per ricostruire e interrogarsi su cos'è successo nei trent'anni successivi alla caduta del Muro. Ed è con questo spirito che è uscito anche in Italia, in coincidenza di questo anniversario, Senza il muro. Le due Europe dopo il crollo del Comunismo (Donzelli, pp. 249, 25 euro) di Jacques Rupnik, uno dei massimi esperti di storia e politica dell'Europa centro-orientale, nonché direttamente coinvolto nelle vicende diplomatiche di questi anni in questa area.
Ed è proprio in questa parte d'Europa che Rupnik fissa il baricentro della sua riflessione, partendo dal presupposto che l'Europa centrale è tornata a interessare gli occidentali "ma per ragioni inverse rispetto a quelle di trent'anni fa", e cioè non più l'avvento della democrazia ma la "regressione autoritaria" e l'affermazione di ciò che è stata definita una sorta di "democrazia illiberale".

"All'indomani del crollo del muro di Berlino, infatti, l'ordine politico post-comunista trovò appunto ispirazione proprio nel progetto liberale, e in seguito nel consolidamento della democrazia sancita da libere elezioni e nuove carte costituzionali, oltre che con lo sviluppo di una economia di mercato integrata in quella dell'Unione Europea?". 
"L'integrazione nella Ue - scrive l'autore - veniva percepita, se non proprio come la fine della storia, almeno come una garanzia dell'irreversibilità del processo democratico". Tuttavia "il rapido successo populista segna la chiusura a est di un ciclo liberale post 1989 oppure siamo di fronte più a un cambiamento di direzione che una vera rottura, a una sbandata sulla traiettoria di una democrazia che tutto è fuorché lineare?"

Il libro propone varie ipotesi di riflessione interno a questo interrogativo e lo sguardo ovviamente si allarga all'Europa tutta, come si vede fin dall'indice che ha due capitoli centrali dedicati alla "stanchezza della democrazia in Europa orientale" (il quarto) e all'altra Europa "di fronte alla crisi dei migranti" (il quinto). L'indice poi prosegue con "evoluzione o involuzione? L'Europa centrale dopo il 1989" e "la deriva illiberale dell'Europa centro-orientale".
È fuori di dubbio, per l'autore, che la democrazia resta saldamente percepita come il miglior regime politico possibile, ma bisogna fare i conti con una certa debolezza della fiducia nei confronti delle istituzioni democratiche e delle élite politiche che le governano, spesso travolte dalla cattiva reputazione, dall'inefficienza e dalla corruzione. E questo favorisce le spinte populiste, nazionaliste e perfino autoritarie che "sono un fenomeno - spiega Rupnik - trans-europeo e anche internazionale".

L'Europa vista con gli occhi di Rupnik, però, ha anche dei forti anticorpi che vanno ricercati prima di tutto nella "resilienza delle istituzioni e, più in generale, l'interconnessione delle economie e delle società nell'ambito dell'Unione". Ma soprattutto "la volontà politica di difendere i valori e i principi sui quali si è fondata".
C'è infatti un dato di fatto: sebbene la sfiducia verso la classe politica porti a far crescere il consenso dei partiti euroscettici, al dunque però l'opinione pubblica si mostra per niente favorevole all'uscita dalla Ue e dall'Euro. Più la democrazia appare minacciata, più "l'attaccamento delle popolazioni all'appartenenza alla Ue appare forte", conclude l'autore, poiché quest'ultima è percepita come "l'ultima barriera protettiva contro i propri demoni".

La caduta del Muro di Berlino, dunque, per Rupnik, non rappresenta un evento a sé stante o la fine del mondo "di prima", bensì l'inizio di un percorso e di un processo. Il libro, che raccoglie una serie di contributi con cui l'autore - poco noto al pubblico italiano - interpreta le vicende europee di questi trent'anni "senza muro", con una introduzione e un capitolo iniziale scritti ad hoc, offre quindi molte chiavi per interpretare dove ci porterà questa "transizione inconclusa". Che è ancora tutta da decifrare.


venerdì 29 novembre 2019