Industria 4.0, crescono gli investimenti nelle attività innovative

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Industria 4.0, crescono gli investimenti nelle attività innovative

Uno stabilimento che produce componentistica per il settore automobilistico
Uno stabilimento che produce componentistica per il settore automobilistico - Lorenzo Maccotta / Contrasto

Il Sole 24 Ore - Radiocor

Gli incentivi fiscali per industria 4.0 hanno prodotto una forte spinta agli investimenti privati per il digitale in Italia e hanno rappresentato una sorta di squarcio di sole nel tetro scenario della congiuntura degli ultimi anni. Da un'analisi condotta dal Centro Studi di Confindustria (CsC) con il Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia emerge che i benefici fiscali per la spesa in attività innovative (iper-ammortamento) per il solo 2017, primo anno di applicazione, hanno interessato 10,2 miliardi di investimenti, mentre la stima per il 2018 è di 15,2 miliardi.

Gli investimenti in beni strumentali connessi alla trasformazione digitale hanno quindi registrato - si legge nel rapporto - un incremento pari a quasi il 50%, con una crescita del peso di questa tipologia d'investimento, rispetto al totale dei nuovi macchinari e attrezzature industriali acquistate dalle imprese italiane, dall'11% nel 2017 al 15,8% nel 2018. In entrambi gli anni le imprese beneficiarie sono state in prevalenza le piccole e le medie. Di quelle che hanno beneficiato dell'iper-ammortamento nel 2017, la quasi totalità (84,7%) non aveva effettuato investimenti in tecnologie 4.0 prima del 2017; in particolare, un terzo erano imprese appartenenti proprio alla parte più digitalmente arretrata del sistema produttivo, quella che appariva in ritardo anche rispetto all'adozione di tecnologie ICT più tradizionali.

L'analisi del CsC aggiunge la stima che gli investimenti agevolati in tecnologie 4.0 nel 2017 abbiano prodotto, tra gennaio 2017 e marzo 2019, una maggiore crescita dell'occupazione nelle imprese che ne hanno beneficiato, rispetto ad imprese simili che non ne hanno beneficiato, di circa 7 punti percentuali. L'aumento degli occupati ha riguardato soprattutto giovani, operai specializzati e i conduttori di impianti e macchinari, anche in imprese localizzate nel Mezzogiorno.

Uno squarcio di luce, appunto, contenuto nello scenario di previsione di autunno del CsC, che per il resto, offre una fotografia con la prevalenza dei toni di grigio. Troppo alta l'incertezza legata al Covid-19 per poter essere fiduciosi. La stima è di un profondo calo del Pil quest'anno: -10% e solo un recupero parziale nel 2021 (+4,8%). La contrazione del Pil di quest'anno lo riporta indietro ai livelli di 23 anni fa. L'impatto della crisi sanitaria è stato leggermente più negativo di quanto si pensasse alcuni mesi fa, portando così alla revisione al ribasso delle stime fatte a maggio.

L'analisi del CsC è cruda sui problemi strutturali del Paese. Dall'inizio degli anni Novanta ad oggi, si legge, dopo ogni crisi registrata negli ultimi 30 anni, l'Italia, "si è adagiata su ritmi di crescita man mano più modesti ed è l'unica grande economia in Europa a mostrare un profilo in tendenziale diminuzione". In particolare tra il 1991 e il 2021 (stime della Commissione europea per il 2020-2021) il Pil italiano ha accumulato una distanza di 29 punti percentuali dalla Germania, 37 dalla Francia e 54 dalla Spagna. In termini di Pil pro-capite, con la crisi da Covid-19 come ha già segnalato anche il Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, l'Italia è tornata ai livelli di fine anni Ottanta.

Per risollevare l'economia italiana dopo decenni di bassa crescita è quindi necessario portare la dinamica del PIL almeno all'1,5%, il valore medio annuo registrato nei dieci anni precedenti la crisi globale. A tal fine servirà un incremento medio della produttività del lavoro di quasi un punto percentuale all'anno.


lunedì 12 ottobre 2020